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12/09/2011

Energie rinnovabili: sostenibilità ambientale e sociale dei biocarburanti

I biocombustibili sono davvero la soluzione ai problemi energetici mondiali? La sostenibilità ambientale ed economica sussiste solo qualora la catena di trasporto sia estremamente corta, se non assente del tutto. Per non parlare della sostenibilità sociale...

Energie rinnovabili: sostenibilità ambientale e sociale dei biocarburanti
Da molte parti si guarda ai biocarburanti come a una soluzione molto promettente per la riduzione dell’emissione di CO2 da parte dei sistemi a combustione, con particolare riguardo al settore della mobilità, ma senza escludere possibili applicazioni anche in ambito di produzione di energia termica.

Se per quanto attiene le biomasse può avere senso uno sfruttamento che sia legato alla specificità della zona di utilizzo o della tipologia di attività (zone boschive o lavorazioni che comportino massicce produzioni di materiale vegetale combustibile, oppure processi zootecnici che permettano di recuperare gas combustibili), non va dimenticato che il trasporto di questa stessa fonte energetica per lo sfruttamento in luogo diverso da quello di produzione va a peggiorare nettamente la sostenibilità ambientale, a causa del pesantissimo tributo che il trasporto (spesso e volentieri su gomma) impone al bilancio della CO2 emessa dall'intero processo.

Se infatti il consumo “in loco” comporta trasporto quasi zero e possibilità di evitare l’utilizzo di altre fonti energetiche convenzionali (gas, petrolio, elettricità) e la necessità di smaltire la biomassa quale rifiuto (con i conseguenti costi economici e ambientali), il trasporto a lungo raggio comporta massicce emissioni di CO2 difficilmente recuperabili dal risparmio sull'utilizzo di altre fonti convenzionali.
I processi di combustione delle biomasse sono caratterizzati da efficienze spesso piuttosto ridotte (pensiamo all'efficienza del camino a legna, che nella migliore delle ipotesi potrà arrivare al 90%), e quindi sarebbero del tutto insostenibili in qualunque confronto con altri sistemi di generazione di potenza termica. Il bilancio (economico) viene ad essere positivo solo qualora la fonte energetica (la biomassa appunto) fosse disponibile a costo quasi zero (perché “scarto” di attività produttiva o perché disponibile gratuitamente in quantità limitate, nel caso dei materiali boschivi). Il bilancio ambientale, che sarebbe sicuramente negativo (per verificarlo è sufficiente considerare, anche visivamente, la qualità dei prodotti della combustione della legna, confrontata con quella, ad esempio, del gas metano), viene portato in pari o in vantaggio proprio dal risparmio sul trasporto della fonte energetica.

Tornando ai biocombustibili, dovrebbe essere evidente da quanto sopra che, come le biomasse, la sostenibilità ambientale ed economica è verificata solo qualora la catena di trasporto sia estremamente corta, se non assente del tutto.

Ma, per i biocombustibili, ci sono altre problematiche da considerare, che non si presentano nel caso delle biomasse, e sono dovute al fatto che, a differenza delle biomasse, i biocombustibili non sono presenti in natura, ma vanno prodotti dall'uomo attraverso un processo di coltivazione e successiva raffinazione molto simile a quello svolto per tutte le derrate alimentari.

Un interessante rapporto dell'IEEP (Institute for European Environmental Policy) dimostra come lo sviluppo dei biofuel, auspicato e sovvenzionato dalla comunità europea, produrrà a livello mondiale livelli di inquinamento superiori a quanto avverrebbe utilizzando i tradizionali combustibili fossili.

Per dare qualche numero, entro il 2020 è stato previsto che il 9,5% dei consumi dei trasporti siano soddisfatti da questi biofuel. Per raggiungere questo traguardo sarà necessario allestire qualcosa come 69.000 kmq di terreno coltivato che passerà dalla produzione alimentare alla produzione “veicolare”. Non va dimenticato che la materia prima che origina il biofuel è di tipo commestibile per almeno il 90%, quindi tutte queste risorse verranno sottratte alla produzione di alimenti.

Già in alcune zone del mondo (Sud America in particolare) si sono create forti tensioni sociali a causa della riconversione di vastissime zone agricole, prima destinate alla produzione di alimenti per la popolazione (mais in particolare), e frettolosamente riconvertite in biofuel a causa delle pressioni governative, degli incentivi e della domanda crescente da parte dei paesi più industrializzati (che acquistano questi prodotti nei paesi meno sviluppati in modo da “esportare” il problema). Le coltivazioni soppiantate sono proprio quelle in grado di produrre alimenti a basso costo, fruibili dalle fasce più povere della popolazione, che con la scomparsa di queste coltivazioni si sono viste escluse dagli alimenti di più facile accessibilità, con le prevedibili conseguenze a livello sociale.

Dai conti dei ricercatori emerge come, a causa di questa riconversione, l’Europa si renderà responsabile di emissioni aggiuntive di CO2 tra 27 e 56 milioni di tonnellate all'anno.

Nell'attuale situazione che vede i Paesi “ricchi” sprecare quantità immense di cibo, mentre i paesi più poveri sono ancora fortemente carenti anche del minimo vitale, tanto da destinare una parte consistente del proprio PIL all'acquisto di derrate alimentari (magari scambiandole con le proprie risorse naturali, molto più preziose per i Paesi avanzati che in questo modo possono procurarsi materiali preziosi a costi irrisori), risulta evidente a tutti come destinare una parte consistente di risorse alimentari per l’alimentazione dei veicoli invece che degli esseri umani (ancora una volta dei Paesi “ricchi”) sia un modo sicuro per aumentare ancora di più il divario tra chi ha troppo e chi ha troppo poco.

Molto meglio sarebbe destinare queste risorse per un vero progresso nelle coltivazioni e nella filiera alimentare nei Paesi poveri, con l’obiettivo che questi possano arrivare più vicino possibile all'indipendenza alimentare, e promuovere invece nei Paesi industrializzati altre tecnologie, già disponibili da tempo, per l’efficienza e il risparmio energetico, in grado di non pesare sulle finanze degli stati.

Nel settore dei veicoli ancora oggi, nella nostra ricca Italia, quante auto hanno consumi spropositati, o sono assolutamente prive della necessaria manutenzione, o ancora sono guidate in modo irresponsabile, tutte situazioni in cui si potrebbe intervenire con efficacia senza sostenere grossi costi.

I biofuel quindi rappresentano solo un diversivo per distogliere l’attenzione dalle vere soluzioni a questi complessi problemi, che tuttavia è necessario affrontare nella loro complessità, senza ricorrere a facili soluzioni apparentemente ecologiche, ma che tuttavia non risultano giustificabili di fronte a un’analisi più seria dei costi e dei benefici attesi.

La soluzione, come invocato da molte autorevoli voci, in diversi ambienti e associazioni scientifiche e non, è da individuare nel risparmio energetico associato all'indispensabile cambiamento della mentalità, perché a livello mondiale ci sia maggiore attenzione per le problematiche ambientali, senza pensare di risolvere il problema semplicemente trasferendolo nei Paesi più poveri.

Nel loro piccolo (che con il contributo di tutti può diventare grande), le pompe di calore possono contribuire a questo processo di risparmio energetico a livello mondiale, contribuendo a un migliore equilibrio sociale ed economico tra Paesi ricchi e “affamati” di energia e Paesi poveri “affamati”... di semplice pane!

Per ulteriori approfondimenti:
  • Sachs I. (Prepared by); “United Nations Conference on Trade and Development. The Biofuels Controversity”; UNCTAD/DICT/TED/2007/12;
  • Viviana; “Bruciare biocombustibili può essere peggio di carbone e petrolio”; Ecoblog, 10/01/2008;
  • Walsh B.; “Tallying Biofuel’s Real Environmental Cost”; TIME Science, 23/10/2009.


 

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